Giovedì, May 31, 2007

Conclusione sconclusionata su cinema e dintorni

 

 

Crisi. Innovazione. Ricerca della creatività.

Queste sono le principali frontiere cui il discorso cinematografico sta convogliando i maggiori sforzi di riflessione per capire dove sta portando la marea, quale corrente è meglio seguire per evitare l'estinzione, o nella migliore delle ipotesi la banalizzazione di forme e contenuti, o ancora come far sopravvivere le avanguardie di fronte alle mastodontiche pressioni esercitate dal mercato e dal dominio culturale delle opulente majors.

In soldoni la domanda è: quale futuro per il cinema contemporaneo?

Iniziamo ad addentrarci nell'argomento partendo da due ordini di considerazioni.

Primo, come afferma Gianni Canova, molti critici constatano una sostanziale crisi del cinema contemporaneo: più nello specifico ciò si esplicherebbe in una paralisi del linguaggio cinematografico ancorato da qualche decennio ad una sorta di sterile ripetersi, ad una stasi della forma e ad uno sostanziale immobilismo della prassi.

A ciò si aggiunga che una delle caratteristiche fondanti della nuova contemporaneità è l'ibridismo, inteso come estinzione della dialettica fra alto e basso, come affermazione di un "populismo estetico" e di un kitsch indifferenziato che condiziona, volenti o nolenti, anche i più smaliziati avanguardisti della "Gestalt" cinematografica .

In second'ordine, dal lato del contenuto, voglio invece azzardare una provocazione personale: tutto ciò che c'è da dire sulla realtà e sull'umanità è già stato grossomodo detto. Da una parte le emozioni e le storie umane, le vicende e gli intrecci esistenziali, dalle codificazioni dei grandi classici greci ad oggi, si sono tendenzialmente ripetute in un continuo eterno ritorno. Dall'altra inoltre, riprendendo in mano la secolare storia della letteratura, delle arti pittoriche e del cinema quale contenuto non è stato ancora toccato?  Sentimenti universali quali amore, odio, pietà, dolore, fanno parte della filigrana della biografia umana e milioni di autori si sono già succeduti affrontandoli nelle più diverse e sfaccettate tonalità. Se si vuole andare a snidare "il nuovo", il "mai visto", "l'irriconoscibile" lo si dovrà andare a cercare nelle rappresentazioni dei delicati dilemmi bioetici che sorgono di pari passo con lo sviluppo e le repentine accelerazioni delle scienze, oppure nelle camaleontiche implicazioni connesse al rapporto fra uomo e le nuove tecnologie, fra uomo e società (si pensi a problematiche "nuove" come la depressione o l'anoressia).

Se non in queste cose, lo si dovrà cercare in un cambiamento epocale di "filosofia".

Quante volte abbiamo d'innanzi ad una nuova pellicola un'incredibile senso di de ja vù, che a stento riusciamo a non far condensare in senso del banale? Certo l'immedesimazione e l'aver dinnanzi topoi radicati in una secolare tradizione sono indispensabili per attirare il grande pubblico e far si che si possa pascere dell'ambrosia di celluloide. Viene a mancare però il genio creativo fondamentale per poter considerare una produzione umana come "arte", appellativo che il grande cinema continua ad arrogarsi il diritto di usare. Al contrario se questo elemento viene a mancare ci troviamo di fronte a quella che la Scuola di Francoforte a giustamente apostrofato come "Industria Culturale", come riempitivo culturale massificato e soggiogato dal Diktat degli imperativi economici.

Come ha argutamente indicato Gillo Dorfles nel secolo tecnologico si è assistito al definitivo scisma fra talento e genio. Tale distacco viene quindi a riflettersi nella pratica corrente quando vediamo esistere tutta una schiera di artisti-registi che pur possedendo qualità tecniche notevoli, risultano privi di un'autentica carica geniale.

Anche se siamo circondati da una miriade di registi preconfezionati e da pochi cineasti talentuosi, tuttavia il genio capace di creare ex-novo la realtà sembrerebbe scomparso.. o semplicemente non può più esistere visto che nulla di nuovo può essere pensato? Il genio creatore è dunque morto? La novelty cui David Hume attribuiva una grossa parte nella piacevolezza dell'opera è ormai bandita da ogni intento di rappresentazione visiva della realtà?

Qualcuno potrebbe obiettare che questo mio ragionamento si basa su una fallacia metodologica: il cinema non è arte, non deve essere confuso con video-art e derivati; la sua funzione è semplicemente quella di sostituirsi al romanzo, ovvero quella di raccontare storie...di emozionare, di riprendere la realtà così come è, senza inventarla.

Giusto. Ma se ci adagiamo su questa semplificazione il cinema d'avanguardia sarà destinato ad implodere per mancanza di stimoli, soffocato dallo strapotere-apatia dei trends culturali. Se vogliamo che il cinema torni a raccontare qualcosa di nuovo, a provocare quel meraviglioso effetto di straniamento, di jamais vu, di mai visto, ad avere ancora quell'aura di estasiante spaesamento, deve avere l'umiltà di ammettere di non potere creare nulla di nuovo, di non definirsi con fare smargiasso un'arte, e cercare di rintracciare la novità non nei contenuti ma nel modo di raccontare la vita e l'esistenza, di pensare le tecniche di ripresa della realtà; riflettendo  sullo sguardo da gettare sul mondo, sul modo di affrontare il montaggio, sulla sensibilità e la leggerezza con cui si dovrebbero palpeggiare le semplici trame della vita.

E' lo sguardo per il cinema contemporaneo che deve essere innovatore, è nell'occhio la vera rivoluzione.

Un occhio che però si deve spogliare di un secolo di pregiudizi e inconsci schemi prefabbricati, di visioni aprioristiche e socialmente determinate, di migliaia di film e lezioni di stile: deve disimparare ad essere ciò che è e rapportarsi alla realtà in maniera infantile, cupido di tutte quelle domande che troneggiano nella mente dell'ignorante, del bimbo che ha resettato il suo cervello e si approccia al mondo da reo-dormiente. L'occhio odierno è troppo pesante, complicato e invischiato negli stereotipi per poter aprirsi alla leggerezza e alla delicatezza di una visione serena, tersa, finalmente genuina.

Il cinema deve dunque riappropriarsi della vita, diventare più reale, rifuggire dalle esasperate suddivisioni in generi e tornare ad essere neutro. La vita non è mai, nemmeno per un istante solo un giallo, un romanzo rosa, una sequenza struggentemente drammatica, un siparietto comico etc..manca nel cinema odierno qualcuno che restituisca alla narrazione la sua naturale complessità, il suo essere agro-dolce insieme, il recare in se una crisalide dalle infinite sfaccettature.

Quello che manca nel cinema contemporaneo è la vita. La sola che può restituire genialità e originalità ad un film. Dopo il neorealismo è sembrato sempre più difficile riuscire ad imbrigliare la complessità dell'esistenza nel succedersi dei fotogrammi e si è preferito ricorrere a semplificazioni, a riduzioni di genere sbrigative e in linea con gli imperativi di mercato (una merce "definibile" e categorizzabile, stereotipabile poteva infatti essere pubblicizzata in modo infinitamente più semplice ed economico attraverso le allora fiorenti ed efficaci tecniche di marketing prese in prestito dal mondo industriale).

Il genio creatore è dunque nella vita. Sta al regista umile e ingenuo dipingerla per quella che è, senza aggiunte, esasperazioni, spettacolarizzazioni, o riduzioni di alcuna sorta. Il grande regista del futuro dovrà essere un po' più impressionista e sempre meno simbolista o surrealista.

Concludo con una considerazione lampo sul rapporto fra cinema e innovazione tecnologica. Nel cinema si sta avviando un processo di democratizzazione: grazie all'avvento della tecnologia digitale e a costi sempre più accettabili, chiunque con una telecamera ed un PC può improvvisarsi regista e creare il proprio film. Dal punto di vista della produzione attraverso software semplici da usare (come Pinnacle e Adobe Premier) la figura del regista si può fondere tranquillamente a quella del montatore audio-video (che un tempo doveva essere un tecnico altamente specializzato) con un risparmio incredibile di tempo e danaro.

Ma la vera rivoluzione è in atto da due anni a questa parte. Infatti con l'avvento di strumenti online quali You Tube e My Space e la loro esponenziale e incredibile espansione, ora sembra essersi risolto anche il problema più mastodontico da superare per i cineasti fai-da-te: la distribuzione su vasta scala. Chiunque infatti può ora pubblicare e far conoscere le proprie opere video in tutto il mondo, senza bisogno di intermediari o di far affidamento a specifiche case di distribuzione e soprattutto senza spendere un solo euro. E non sono mancati i casi di chi ha riscosso un tale successo di contatti su questi "portali di file-sharing" che in seguito è stato subito messo sotto contratto dalle principali industrie dell'intrattenimento. Presto i fondatori di Skype, inoltre, hanno intenzione di lanciare sul web una televisione di nicchia che raccolga proprio i più interessanti contributi del "nuovo cinema indipendente" creando un e-network d'avanguardia e di alta qualità.

Gli oligopoli della settima arte sono avvertiti. Le barriere all'accesso sembrano essere sempre più labili e permettere d'avvero l'avvento di quella e-democracy paventata da alcuni cyber-sociologi.

Come ci insegna però la storia di ogni nuovo mezzo di comunicazione, sta a noi ora alzare i livelli di guardia e non permettere una colonizzazione degli spazi liberi di espressione da parte di pochi gruppi economici dominanti.

La nuova filosofia del cinema di cui si è parlato, passa inevitabilmente anche attraverso ben più pragmatiche battaglie epocali per difendere il diritto alla libertà di espressione e all'utilizzo dei mezzi ad essa connessi. I nuovi media sono un buon trampolino di lancio; sta a noi vigilare sull'evoluzione e sul rispetto di quella che ancora per poco assomiglierà alla terra di nessuno su cui capitarono i padri pellegrini americani qualche secolo fa.  La lotta per i pezzi di terra più fertili è cominciata.

Mattia (ps..scusate per la lunghezza...ma uno sfogo è uno sfogo!)

 

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