SOSTA OBBLIGATA LUNGO VIA PRECARIATO

Vorrei attirare l'attenzione su una questione che in Italia rimane sempre ai margini delle discussioni "che contano": il sistema universitario. Dopo la riforma Moratti, alla maggior parte dei corsi di laurea si è aggiunto un anno per far funzionare l'inutile meccanismo del tre più due. Dopo i primi tre anni di percorso universitario, si consegue la laurea breve con la stesura e discussione di una tesi finale e lo svolgimento, se richiesto di un'attività di tirocinio. Per quanto riguarda le facoltà umanistiche ci si fa ben poco con questo titolo triennale e l'accesso al mondo del lavoro non sarà certo agevolato dall'attività di tirocinio presso enti pubblici o privati, con i quali, per la maggior parte delle volte, è lo studente stesso e non l'università a dover concordare l'attività di stage. Lo studente, volendo o nolendo, è dunque spinto a proseguire il percorso formativo di studio, per essere così parcheggiato un anno in più rispetto al passato nella zona "pre-precariato", che ormai risulta essere l'unico orizzonte occupazionale.
Per quanto riguarda l'aspetto formativo dell'università italiana, funziona anche qui, come nella scuola primaria, la formula più quantità e meno qualità. Gli ordinamenti didattici delle facoltà umanistiche propongono una marea di esami complementari, che, se nel percorso di laurea triennale sono ancora giustificabili allo scopo di fornire un' infarinatura generale nell'ambito umanistico, risultano tuttavia superflui ed in sovraccarico nel percorso di laurea specialistica, la quale, per nomenclatura stessa, dovrebbe portare ad un'incanalatura settoriale delle discipline prescelte dallo studente per consentirgli appunto una specializzazione in un ambito del sapere.
Tornando al principio più quantità e meno qualità, vorrei permettermi una similitudine, che, a mio parere, esprime la struttura profonda del sistema universitario nazionale: andare all'università è come andare al mercato, la mercificazione in termini economicistici è giunta anche alle più alte cattedre del sapere filosofico-umanistico. Si parla di crediti formativi (CFU), in sostanza ad ogni esame viene attribuito un determinato numero di crediti in base alla sua tipologia. I crediti guadagnati vanno poi sommati ad altri crediti che concorrono in toto a completare la raccolta punti individuale, che nel sistema scolastico nazionale, inizia sin dalla scuola primaria e sfocia poi nel mondo del lavoro (in regalo però non ci sono ne televisori ne soggiorni in località balneari, la raccolta sembra essere infinita).
Per quanto riguarda la didattica l'unità di misura delle competenze e conoscenze dello studente è quindi il credito, che lo studente ha sudato e che di certo non è stata la didattica ad agevolarlo nell'impresa. La mole e dunque la pesantezza di un esame universitario è determinata, oltre dalla difficoltà intrinseca dell'esame stesso, anche, in termini materialistici, dalla mole della bibliografia da preparare (ma si sa che nella vita la fortuna ovvero fattore C... ha un grosso peso).In questo caso è tutto a discrezione del docente, il quale stabilisce, senza ch'io sappia alcun vincolo, la quantità dei testi da studiare.( Sulla qualità non mi soffermo, tutti noi abbiamo studiato testi ormai arcaici, fantasiosi copia incolla per non parlare di citazioni errate e sgrammaticate, la questione prezzi dei libri di testo universitari è poi tutta un'altra storia ancora).
A mio parere anche i docenti risentono negativamente della riforma morattiana. Il loro insegnamento ed i programmi sono stati frazionati in moduli di 20 o 30 ore di lezione, seguendo il modello americano, e di conseguenza si sono limitate conoscenze e competenze degli studenti, i quali si trovano in mano un sapere frammentario, pezzi di puzzle della conoscenza che non sapranno mai mettere insieme ed avere dunque una visione globale nella loro mente. In ambito letterario i moduli sono spesso monografici, cioè si analizzano alcune opere di un autore ed il contesto viene lasciato ai margini, nemmeno i tanti esami complementari sapranno ricucire la cornice contestuale, poiché vi è una profonda mancanza di interdisciplinarità e sinergia dei programmi di studio. Un altro aspetto che vorrei sottolineare e che nutre ulteriormente la mia tesi è la totale impossibilità dello studente di personalizzare il suo percorso e la sua attività di studio e formazione. La sua unica libertà consta nella scelta di 6 o 7 esami nel percorso quinquennale inseriti però in una specifica lista e stabiliti dalle spesso limitate offerte formative degli atenei, che da buoni commercianti, cercano di attirare con esotiche chimere futuri acquirenti al loro banchetto (l'università sta divenendo sempre più un grosso business).
Oltre al sistema d'insegnamento-apprendimento a moduli, dal sistema anglosassone abbiamo assorbito la modalità della lezione seminariale. Purtroppo, come spesso in tutte le cose, l'idea parte positiva, ma la sua applicazione pratica lascia a desiderare. Ecco dunque che queste lezioni si traducono in monologhi preparati dallo studente dopo la lettura di materiale bibliografico apposito, davanti al docente e ai colleghi studenti, i quali, per motivi di tempo, non riescono a sviluppare uno scambio ed un confronto dialogico che dovrebbe essere caratteristica fondamentale della struttura didattica seminariale. L'aspetto dialogico-comunicativo viene a mancare anche laddove sarebbe condizione fondamentale, mi riferisco all'apprendimento delle lingue straniere. La didattica e le modalità d'insegnamento sono spesso arretrate e mancano apposite strutture e materiali(laboratori linguistici, materiale audiovisivo, accesso ad Internet per la consultazione di risorse linguistiche ondine). A mio parere gli studenti di lingue dovrebbero essere maggiormente incentivati a svolgere soggiorni di studio e ricerca all'estero rispetto ai loro colleghi, poiché solo sul campo è possibile acquisire fluidità ed arricchimento lessicale in un ambito in continua evoluzione come la lingua. Alle conoscenze frammentarie dello studente si aggiungono poi tutti i cavilli burocratici che la riforma, con il tre più due, ha moltiplicato.
Tornando alla fantasiosa similitudine del mercato, le università sono paragonabili a tante bancarelle, ove la merce in questione si misura in CFU e settori scientifico disciplinari, cioè nomenclature sintetiche delle discipline previste dagli ordinamenti. Data l'autonomia concessa alle università, ognuna, pur nei limiti ministeriali, fornisce allo studente-acquirente determinati percorsi, questo accade sopratutto per le lauree specialistiche. Attenzione però, lo studente che, dopo il conseguimento della laurea triennale, decide ci iscriversi ad una laurea specialistica in diversa sede rispetto alla precedente, deve valutare minuziosamente la sua carriera di studi i requisiti d'accesso a tale corso di laurea specialistica. In soldini (tanto per rimanere in ambito economico), lo studente deve controllare il proprio piano di studi e verificare se esso sia idoneo ad accedere alla laurea specialistica senza debiti, in tal caso deve integrare con esami aggiuntivi il suo piano carriera. Questo sistema di indebitamento accade paradossalmente anche passando da una triennale in lingue moderne ad una specialistica sempre in lingue in altra sede.
Ecco a voi l'ulteriore business delle valutazioni di carriera, esistono infatti appositi uffici col compito di valutare i suddetti debiti e crediti ed informare in tempi brevi, previo pagamento, o in tempi lunghi, magari a pochi giorno dalla laurea magistrale, il resoconto debiti-crediti dello studente nei confronti dell'ente universitario.
Noi studenti, oltre ad avere in mano il nostro bagaglio culturale frammentato e lacerato, passiamo ore a scervellarci a spostare pedine burocratiche, a mediare tra università e ministero per acquisire la nostra sudata laurea in cui però, a causa del sistema università mercato, è purtroppo solo la tara ad incidere sul peso lordo, in attesa poi di entrare nel circo dei cococo (dal suono onomatopeico forse più pollaio che circo) e del precariato.
Elena

