Thursday, May 31, 2007

  

 

 

 

                        L’associazione culturale il Verso Libero, in collaborazione con Assocentro e con il patrocinio del Comune di Arco, presenta: ARCO SOTTO LE STELLE, una rassegna di appuntamenti che, tra concerti, interviste, performance poetiche e musicali, intende dare spazio a momenti di incontro e compartecipazione all’insegna dell’intrattenimento, dello svago ma anche della riflessione e del confronto. Spazio che avrà modo di aprirsi tra le vie, le piazze e le corti del centro storico di Arco il venerdì sera per tutto il corso dell’estate 2007.

Il calendario della manifestazione si presenta distinto in due tipologie di incontri che di settimana in settimana si alterneranno. Da una parte la musica non può che essere indiscussa protagonista: sul palco base allestito in piazza 3 novembre a partire dalle ore 21:30 si esibiranno gruppi del calibro di Samle, O’Ciucciariello, unòrsominòre, Elisa AmistadiLa guerrigliera, Il generale inverno. Ciascuna band saprà proporsi nella peculiarità del proprio sound e dell’atmosfera che questo di natura genera per un totale di sei serate concerto che spazieranno dai generi folk-metal-rock al rock sperimentale-alternativo, a sonorità indie o ancora acustico-melodiche. Ciascun concerto sarà preceduto dall’esibizione di gruppi spalla della zona, dislocati a partire dalle ore 20:45 in Via Vergolano e Via G. Segantini.

Alla musica si alterneranno i caffè letterari: incontri ed interviste con personaggi di rilievo nel panorama culturale italiano, quali Lucrezia Lerro autrice rivelazione di Certi giorni sono felice che presenterà il suo ultimo romanzo, Enrico Franceschini corrispondente da Londra per il quotidiano la Repubblica, il fondatore della Comunità S. Benedetto di Genova don Andrea Gallo, il compositore minimalista Pierluigi Vasapolli, il filosofo Manlio Sgalambro; ma anche performance poetico-musicali e letture a tema a cura di Teatro per caso e I lettori della Chimera, oltre ad un incontro con l’Associazione Amref che presenterà un nuovo video. Come scenario a tali appuntamenti si apriranno le piazze, le vie e le corti di Arco che per l’occasione si trasfigura ed allo spazio del vivere quotidiano propone di associare e sovrapporre, anche solo temporaneamente, il luogo dell’ascolto, della riflessione e della conoscenza.

Klikkate sui link in arancione per saperne di più!!

Caffè Letterari

15 giugno 2007

Ore 18:00, Santuario delle Grazie

Teatro per Caso presenta

Spostamento minimo

Performance poeticomusicale

di e con Pinuccia Gelosa (musica e piano)

e Sara Maino (voce e poesie)

Regia di Rosamaria Maino

Presentazione a cura del prof. PierAngelo Sequeri

29 giugno 2007

Ore 21:00, Corte di Palazzo del Municipio

Incontro con Lucrezia Lerro

Intervista e confronto

Presentazione del libro Il rimedio perfetto

 

13 luglio 2007

Ore 17:00, Auditorium di Palazzo dei Panni  

Gabriella Guido Responsabile AMREF produzione video e il regista Giulio Manfredonia presentano

50 Anni di AMREF con l’Africa - Presentazione del dvd “Sono Stato Nero Pure Io”

Ore 21:00, Piazza delle Canoniche

I lettori della Chimera presentano

Nord Sud Est Ovest

Letteratura di viaggio - Letteratura stanziale

 

Data da Definire 

Ore 17:00, Auditorium di Palazzo dei Panni

Incontro con Enrico Franceschini

Intervista e confronto con l’inviato di Repubblica a Londra

Presentazione del libro Avevo vent’anni

3 agosto 2007

Ore 21:00, Piazza S. Giuseppe

Incontro con Don Andrea Gallo

Intervista e confronto

 

 

17 agosto 2007

Ore 21:00, Corte di Palazzo Marchetti - S. Pietro

Incontro con Pierluigi Vasapolli

Concerto minimalista per pianoforte solo

Presentazione dell’album Racconti sonori

17 settembre 2007

Ore 21:00, Piazza S. Giuseppe

Incontro con Manlio Sgalambro

Intervista e confronto

Presentazione del libro La conoscenza del peggio

 

 

Concerti

 

22 giugno 2007

Ore 20:45, Via G. Segantini              Via Vergolano

Radiobanna                                      Sopra Sisma

Ore 21:30, Piazza 3 Novembre

Samle

7 luglio 2007

Ore 20:45, Via G. Segantini                 Via Vergolano

Guanàbana                                     Tutu Zucchelli

Ore 21:30, Piazza 3 Novembre

O’Ciucciariello

20 luglio 2007

Ore 20:45,Via G. Segantini                Via Vergolano Philosophy of watermelon                  Next Point

Ore 21:30, Piazza 3 Novembre

unòrsominòre

10 agosto 2007

Ore 20:45, Via G. Segantini                Via Vergolano

 Porno Tax                                             BangBass

Ore 21:30, Piazza 3 Novembre

Elisa Amistadi

 

24 agosto 2007

Ore 20:45, Via G. Segantini                Via Vergolano

The bank robber             Paradise underground

Ore 21:30, Piazza 3 Novembre

La guerrigliera Trip Band

 

15 settembre 2007

Ore 20:45, Via G. Segantini                Via Vergolano

Huck                                                           Apnea

Ore 21:30, Piazza 3 Novembre

Il generale inverno

 

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SOSTA OBBLIGATA LUNGO VIA PRECARIATO

 

                         

Vorrei attirare l’attenzione su una questione che in Italia rimane sempre ai margini delle discussioni “che contano”: il sistema universitario. Dopo la riforma Moratti, alla maggior parte dei corsi di laurea si è aggiunto un anno per far funzionare l’inutile meccanismo del tre più due. Dopo i primi tre anni di percorso universitario, si consegue la laurea breve con la stesura e discussione di una tesi finale e lo svolgimento, se richiesto di un’attività di tirocinio. Per quanto riguarda le facoltà umanistiche ci si fa ben poco con questo titolo triennale e l’accesso al mondo del lavoro non sarà certo agevolato dall’attività di tirocinio presso enti pubblici o privati, con i quali, per la maggior parte delle volte, è lo studente stesso e non l’università a dover concordare l’attività di stage. Lo studente, volendo o nolendo, è dunque spinto a proseguire il percorso formativo di studio, per essere così parcheggiato un anno in più rispetto al passato nella zona “pre-precariato”, che ormai risulta essere l’unico orizzonte occupazionale.

Per quanto riguarda l’aspetto formativo dell’università italiana, funziona anche qui, come nella scuola primaria, la formula più quantità e meno qualità. Gli ordinamenti didattici delle facoltà umanistiche propongono una marea di esami complementari, che, se nel percorso di laurea triennale sono ancora giustificabili allo scopo di fornire un’ infarinatura generale nell’ambito umanistico, risultano tuttavia superflui ed in sovraccarico nel percorso di laurea specialistica, la quale, per nomenclatura stessa, dovrebbe portare ad un’incanalatura settoriale delle discipline prescelte dallo studente per consentirgli appunto una specializzazione in un ambito del sapere.

Tornando al principio più quantità e meno qualità, vorrei permettermi una similitudine, che, a mio parere, esprime la struttura profonda del sistema universitario nazionale: andare all’università è come andare al mercato, la mercificazione in termini economicistici è giunta anche alle più alte cattedre del sapere filosofico-umanistico. Si parla di crediti formativi (CFU), in sostanza ad ogni esame viene attribuito un determinato numero di crediti in base alla sua tipologia. I crediti guadagnati vanno poi sommati ad altri crediti che concorrono in toto a completare la raccolta punti individuale, che nel sistema scolastico nazionale, inizia sin dalla scuola primaria e sfocia poi nel mondo del lavoro (in regalo però non ci sono ne televisori ne soggiorni in località balneari, la raccolta sembra essere infinita).

Per quanto riguarda la didattica l’unità di misura delle competenze e conoscenze dello studente è quindi il credito, che lo studente ha sudato e che di certo non è stata la didattica ad agevolarlo nell’impresa. La mole e dunque la pesantezza di un esame universitario è determinata, oltre dalla difficoltà intrinseca dell’esame stesso, anche, in termini materialistici, dalla mole della bibliografia da preparare (ma si sa che nella vita la fortuna ovvero fattore C… ha un grosso peso).In questo caso è tutto a discrezione del docente, il quale stabilisce, senza ch’io sappia alcun vincolo, la quantità dei testi da studiare.( Sulla qualità non mi soffermo, tutti noi abbiamo studiato testi ormai arcaici, fantasiosi copia incolla per non parlare di citazioni errate e sgrammaticate, la questione prezzi dei libri di testo universitari è poi tutta un’altra storia ancora).

A mio parere anche i docenti risentono negativamente della riforma morattiana. Il loro insegnamento ed i programmi sono stati frazionati in moduli di 20 o 30 ore di lezione, seguendo il modello americano, e di conseguenza si sono limitate conoscenze e competenze degli studenti, i quali si trovano in mano un sapere frammentario, pezzi di puzzle della conoscenza che non sapranno mai mettere insieme ed avere dunque una visione globale nella loro mente. In ambito letterario i moduli sono spesso monografici, cioè si analizzano alcune opere di un autore ed il contesto viene lasciato ai margini, nemmeno i tanti esami complementari sapranno ricucire la cornice contestuale, poiché vi è una profonda mancanza di interdisciplinarità e sinergia dei programmi di studio. Un altro aspetto che vorrei sottolineare  e che nutre ulteriormente la mia tesi è la totale impossibilità dello studente di personalizzare il suo percorso e la sua attività di studio e formazione. La sua unica libertà consta nella scelta di 6 o 7 esami nel percorso quinquennale inseriti però in una specifica lista e stabiliti dalle spesso limitate offerte formative degli atenei, che da buoni commercianti, cercano di attirare con esotiche chimere futuri acquirenti al loro banchetto (l’università sta divenendo sempre più un grosso business).

Oltre al sistema d’insegnamento-apprendimento a moduli, dal sistema anglosassone abbiamo assorbito la modalità della lezione seminariale. Purtroppo, come spesso in tutte le cose, l’idea parte positiva, ma la sua applicazione pratica lascia a desiderare. Ecco dunque che queste lezioni si traducono in monologhi preparati dallo studente dopo la lettura di materiale bibliografico apposito, davanti al docente e ai colleghi studenti, i quali, per motivi di tempo, non riescono a sviluppare uno scambio ed un confronto dialogico che dovrebbe essere caratteristica fondamentale della struttura didattica seminariale. L’aspetto dialogico-comunicativo viene a mancare anche laddove sarebbe condizione fondamentale, mi riferisco all’apprendimento delle lingue straniere. La didattica e le modalità d’insegnamento sono spesso arretrate e mancano apposite strutture e materiali(laboratori linguistici, materiale audiovisivo, accesso ad Internet per la consultazione di risorse linguistiche ondine). A mio parere gli studenti di lingue dovrebbero essere maggiormente incentivati a svolgere soggiorni di studio e ricerca all’estero rispetto ai loro colleghi, poiché solo sul campo è possibile acquisire fluidità ed arricchimento lessicale in un ambito in continua evoluzione come la lingua. Alle conoscenze frammentarie dello studente si aggiungono poi tutti i cavilli burocratici che la riforma, con il tre più due, ha moltiplicato.

Tornando alla fantasiosa similitudine del mercato, le università sono paragonabili a tante bancarelle, ove la merce in questione si misura in CFU e settori scientifico disciplinari, cioè nomenclature sintetiche delle discipline previste dagli ordinamenti. Data l’autonomia concessa alle università, ognuna, pur nei limiti ministeriali, fornisce allo studente-acquirente determinati percorsi, questo accade sopratutto per le lauree specialistiche. Attenzione però, lo studente che, dopo il conseguimento della laurea triennale, decide ci iscriversi ad una laurea specialistica in diversa sede rispetto alla precedente, deve valutare minuziosamente la sua carriera di studi  i requisiti d’accesso a tale corso di laurea specialistica. In soldini (tanto per rimanere in ambito economico), lo studente deve controllare il proprio piano di studi e verificare se esso sia idoneo ad accedere alla laurea specialistica senza debiti, in tal caso deve integrare con esami aggiuntivi il suo piano carriera. Questo sistema di indebitamento accade paradossalmente anche passando da una triennale in lingue moderne ad una specialistica sempre in lingue in altra sede.

Ecco a voi l’ulteriore business delle valutazioni di carriera, esistono infatti appositi uffici col compito di valutare i suddetti debiti e crediti ed informare in tempi brevi, previo pagamento, o in tempi lunghi, magari a pochi giorno dalla laurea magistrale, il resoconto debiti-crediti dello studente nei confronti dell’ente universitario.

Noi studenti, oltre ad avere in mano il nostro bagaglio culturale frammentato e lacerato, passiamo ore a scervellarci a spostare pedine burocratiche, a mediare tra università e ministero per acquisire la nostra sudata laurea in cui però, a causa del sistema università mercato, è purtroppo solo la tara ad incidere sul peso lordo, in attesa poi di entrare nel circo dei cococo (dal suono onomatopeico forse più pollaio che circo) e del precariato.

 

Elena

 

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Conclusione sconclusionata su cinema e dintorni

 

 

Crisi. Innovazione. Ricerca della creatività.

Queste sono le principali frontiere cui il discorso cinematografico sta convogliando i maggiori sforzi di riflessione per capire dove sta portando la marea, quale corrente è meglio seguire per evitare l’estinzione, o nella migliore delle ipotesi la banalizzazione di forme e contenuti, o ancora come far sopravvivere le avanguardie di fronte alle mastodontiche pressioni esercitate dal mercato e dal dominio culturale delle opulente majors.

In soldoni la domanda è: quale futuro per il cinema contemporaneo?

Iniziamo ad addentrarci nell’argomento partendo da due ordini di considerazioni.

Primo, come afferma Gianni Canova, molti critici constatano una sostanziale crisi del cinema contemporaneo: più nello specifico ciò si esplicherebbe in una paralisi del linguaggio cinematografico ancorato da qualche decennio ad una sorta di sterile ripetersi, ad una stasi della forma e ad uno sostanziale immobilismo della prassi.

A ciò si aggiunga che una delle caratteristiche fondanti della nuova contemporaneità è l’ibridismo, inteso come estinzione della dialettica fra alto e basso, come affermazione di un “populismo estetico” e di un kitsch indifferenziato che condiziona, volenti o nolenti, anche i più smaliziati avanguardisti della “Gestalt” cinematografica .

In second’ordine, dal lato del contenuto, voglio invece azzardare una provocazione personale: tutto ciò che c’è da dire sulla realtà e sull’umanità è già stato grossomodo detto. Da una parte le emozioni e le storie umane, le vicende e gli intrecci esistenziali, dalle codificazioni dei grandi classici greci ad oggi, si sono tendenzialmente ripetute in un continuo eterno ritorno. Dall’altra inoltre, riprendendo in mano la secolare storia della letteratura, delle arti pittoriche e del cinema quale contenuto non è stato ancora toccato?  Sentimenti universali quali amore, odio, pietà, dolore, fanno parte della filigrana della biografia umana e milioni di autori si sono già succeduti affrontandoli nelle più diverse e sfaccettate tonalità. Se si vuole andare a snidare “il nuovo”, il “mai visto”, “l’irriconoscibile” lo si dovrà andare a cercare nelle rappresentazioni dei delicati dilemmi bioetici che sorgono di pari passo con lo sviluppo e le repentine accelerazioni delle scienze, oppure nelle camaleontiche implicazioni connesse al rapporto fra uomo e le nuove tecnologie, fra uomo e società (si pensi a problematiche “nuove” come la depressione o l’anoressia).

Se non in queste cose, lo si dovrà cercare in un cambiamento epocale di “filosofia”.

Quante volte abbiamo d’innanzi ad una nuova pellicola un’incredibile senso di de ja vù, che a stento riusciamo a non far condensare in senso del banale? Certo l’immedesimazione e l’aver dinnanzi topoi radicati in una secolare tradizione sono indispensabili per attirare il grande pubblico e far si che si possa pascere dell’ambrosia di celluloide. Viene a mancare però il genio creativo fondamentale per poter considerare una produzione umana come “arte”, appellativo che il grande cinema continua ad arrogarsi il diritto di usare. Al contrario se questo elemento viene a mancare ci troviamo di fronte a quella che la Scuola di Francoforte a giustamente apostrofato come “Industria Culturale”, come riempitivo culturale massificato e soggiogato dal Diktat degli imperativi economici.

Come ha argutamente indicato Gillo Dorfles nel secolo tecnologico si è assistito al definitivo scisma fra talento e genio. Tale distacco viene quindi a riflettersi nella pratica corrente quando vediamo esistere tutta una schiera di artisti-registi che pur possedendo qualità tecniche notevoli, risultano privi di un’autentica carica geniale.

Anche se siamo circondati da una miriade di registi preconfezionati e da pochi cineasti talentuosi, tuttavia il genio capace di creare ex-novo la realtà sembrerebbe scomparso.. o semplicemente non può più esistere visto che nulla di nuovo può essere pensato? Il genio creatore è dunque morto? La novelty cui David Hume attribuiva una grossa parte nella piacevolezza dell’opera è ormai bandita da ogni intento di rappresentazione visiva della realtà?

Qualcuno potrebbe obiettare che questo mio ragionamento si basa su una fallacia metodologica: il cinema non è arte, non deve essere confuso con video-art e derivati; la sua funzione è semplicemente quella di sostituirsi al romanzo, ovvero quella di raccontare storie…di emozionare, di riprendere la realtà così come è, senza inventarla.

Giusto. Ma se ci adagiamo su questa semplificazione il cinema d’avanguardia sarà destinato ad implodere per mancanza di stimoli, soffocato dallo strapotere-apatia dei trends culturali. Se vogliamo che il cinema torni a raccontare qualcosa di nuovo, a provocare quel meraviglioso effetto di straniamento, di jamais vu, di mai visto, ad avere ancora quell’aura di estasiante spaesamento, deve avere l’umiltà di ammettere di non potere creare nulla di nuovo, di non definirsi con fare smargiasso un’arte, e cercare di rintracciare la novità non nei contenuti ma nel modo di raccontare la vita e l’esistenza, di pensare le tecniche di ripresa della realtà; riflettendo  sullo sguardo da gettare sul mondo, sul modo di affrontare il montaggio, sulla sensibilità e la leggerezza con cui si dovrebbero palpeggiare le semplici trame della vita.

E’ lo sguardo per il cinema contemporaneo che deve essere innovatore, è nell’occhio la vera rivoluzione.

Un occhio che però si deve spogliare di un secolo di pregiudizi e inconsci schemi prefabbricati, di visioni aprioristiche e socialmente determinate, di migliaia di film e lezioni di stile: deve disimparare ad essere ciò che è e rapportarsi alla realtà in maniera infantile, cupido di tutte quelle domande che troneggiano nella mente dell’ignorante, del bimbo che ha resettato il suo cervello e si approccia al mondo da reo-dormiente. L’occhio odierno è troppo pesante, complicato e invischiato negli stereotipi per poter aprirsi alla leggerezza e alla delicatezza di una visione serena, tersa, finalmente genuina.

Il cinema deve dunque riappropriarsi della vita, diventare più reale, rifuggire dalle esasperate suddivisioni in generi e tornare ad essere neutro. La vita non è mai, nemmeno per un istante solo un giallo, un romanzo rosa, una sequenza struggentemente drammatica, un siparietto comico etc..manca nel cinema odierno qualcuno che restituisca alla narrazione la sua naturale complessità, il suo essere agro-dolce insieme, il recare in se una crisalide dalle infinite sfaccettature.

Quello che manca nel cinema contemporaneo è la vita. La sola che può restituire genialità e originalità ad un film. Dopo il neorealismo è sembrato sempre più difficile riuscire ad imbrigliare la complessità dell’esistenza nel succedersi dei fotogrammi e si è preferito ricorrere a semplificazioni, a riduzioni di genere sbrigative e in linea con gli imperativi di mercato (una merce “definibile” e categorizzabile, stereotipabile poteva infatti essere pubblicizzata in modo infinitamente più semplice ed economico attraverso le allora fiorenti ed efficaci tecniche di marketing prese in prestito dal mondo industriale).

Il genio creatore è dunque nella vita. Sta al regista umile e ingenuo dipingerla per quella che è, senza aggiunte, esasperazioni, spettacolarizzazioni, o riduzioni di alcuna sorta. Il grande regista del futuro dovrà essere un po’ più impressionista e sempre meno simbolista o surrealista.

Concludo con una considerazione lampo sul rapporto fra cinema e innovazione tecnologica. Nel cinema si sta avviando un processo di democratizzazione: grazie all’avvento della tecnologia digitale e a costi sempre più accettabili, chiunque con una telecamera ed un PC può improvvisarsi regista e creare il proprio film. Dal punto di vista della produzione attraverso software semplici da usare (come Pinnacle e Adobe Premier) la figura del regista si può fondere tranquillamente a quella del montatore audio-video (che un tempo doveva essere un tecnico altamente specializzato) con un risparmio incredibile di tempo e danaro.

Ma la vera rivoluzione è in atto da due anni a questa parte. Infatti con l’avvento di strumenti online quali You Tube e My Space e la loro esponenziale e incredibile espansione, ora sembra essersi risolto anche il problema più mastodontico da superare per i cineasti fai-da-te: la distribuzione su vasta scala. Chiunque infatti può ora pubblicare e far conoscere le proprie opere video in tutto il mondo, senza bisogno di intermediari o di far affidamento a specifiche case di distribuzione e soprattutto senza spendere un solo euro. E non sono mancati i casi di chi ha riscosso un tale successo di contatti su questi “portali di file-sharing” che in seguito è stato subito messo sotto contratto dalle principali industrie dell’intrattenimento. Presto i fondatori di Skype, inoltre, hanno intenzione di lanciare sul web una televisione di nicchia che raccolga proprio i più interessanti contributi del “nuovo cinema indipendente” creando un e-network d’avanguardia e di alta qualità.

Gli oligopoli della settima arte sono avvertiti. Le barriere all’accesso sembrano essere sempre più labili e permettere d’avvero l’avvento di quella e-democracy paventata da alcuni cyber-sociologi.

Come ci insegna però la storia di ogni nuovo mezzo di comunicazione, sta a noi ora alzare i livelli di guardia e non permettere una colonizzazione degli spazi liberi di espressione da parte di pochi gruppi economici dominanti.

La nuova filosofia del cinema di cui si è parlato, passa inevitabilmente anche attraverso ben più pragmatiche battaglie epocali per difendere il diritto alla libertà di espressione e all’utilizzo dei mezzi ad essa connessi. I nuovi media sono un buon trampolino di lancio; sta a noi vigilare sull’evoluzione e sul rispetto di quella che ancora per poco assomiglierà alla terra di nessuno su cui capitarono i padri pellegrini americani qualche secolo fa.  La lotta per i pezzi di terra più fertili è cominciata.

Mattia (ps..scusate per la lunghezza…ma uno sfogo è uno sfogo!)

 

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Friday, May 11, 2007

FORECAST o BROADCAST? FORSE MEGLIO PODCAST!!!

 

 

Da pochi anni a questa parte si è sviluppato il fenomeno dei podcast (personal option digital casting): delle registrazioni, per la maggiore di programmi radiofonici, scaricabili da internet gratuitamente ed ascoltabili in qualsiasi momento tramite l’uso del pc o di un lettore mp3.

Come in tutti i fenomeni di costume che riescono ad imporsi fino a fare tendenza, anche in questo campo si possono trovare cose in parte più valide di altre; io come membro dell’associazione vorrei proporvi d’andare e provare il podcast di Historycast, il primo podcast italiano interamente dedicato alla storia.

Il sito è gestito molto bene, graficamente lineare e la Storia è raccontata in maniera obbiettiva trattando argomenti interessanti.

Per il momento vanta una pubblicazione mensile e una raccolta di 12 puntate, con una media di 5.268 download per puntata.

Una caratteristica interessante, oltre alla possibilità di fermarsi e riflettere per 30 minuti su alcuni fatti-personaggi che hanno caratterizzato la nostra Storia, è anche l’opportunità d’ampliare le proprie coscienze grazie al sito che offre un’ottima scheda introduttiva, dei link per approfondire l’argomento, una ricca bibliografia e i tItoli delle colonne sonore in sottofondo.

Come ciliegina sulla torta c’è stori-usando una piccola pillola di storia collegata alla cronaca degli ultimi giorni.

L’ascolto di questo podcast è consigliato a tutti quelli che appezzano la storia e desiderano approfondire determinati argomenti, per gli scettici e chi non pensa che sia possibile narrare o discutere la storia in maniera obbiettiva consiglio l’episodio dalla terra alla luna, un racconto ben fatto che narra la vicenda della corsa allo spazio. L’episodio scorre fluido , riuscendo ad entrare nei particolari senz’essere né prolisso o scarno.

Il 10 maggio dovrebbe uscire la tredicesima puntata, che avrà come argomento la santa inquisizione, vi consiglio di segnarvela come data per non perdervi un nuovo episodio che di certo non deluderà le mie aspettative.

Manuel

 

 

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