Thursday, May 31, 2007

SOSTA OBBLIGATA LUNGO VIA PRECARIATO

 

                         

Vorrei attirare l’attenzione su una questione che in Italia rimane sempre ai margini delle discussioni “che contano”: il sistema universitario. Dopo la riforma Moratti, alla maggior parte dei corsi di laurea si è aggiunto un anno per far funzionare l’inutile meccanismo del tre più due. Dopo i primi tre anni di percorso universitario, si consegue la laurea breve con la stesura e discussione di una tesi finale e lo svolgimento, se richiesto di un’attività di tirocinio. Per quanto riguarda le facoltà umanistiche ci si fa ben poco con questo titolo triennale e l’accesso al mondo del lavoro non sarà certo agevolato dall’attività di tirocinio presso enti pubblici o privati, con i quali, per la maggior parte delle volte, è lo studente stesso e non l’università a dover concordare l’attività di stage. Lo studente, volendo o nolendo, è dunque spinto a proseguire il percorso formativo di studio, per essere così parcheggiato un anno in più rispetto al passato nella zona “pre-precariato”, che ormai risulta essere l’unico orizzonte occupazionale.

Per quanto riguarda l’aspetto formativo dell’università italiana, funziona anche qui, come nella scuola primaria, la formula più quantità e meno qualità. Gli ordinamenti didattici delle facoltà umanistiche propongono una marea di esami complementari, che, se nel percorso di laurea triennale sono ancora giustificabili allo scopo di fornire un’ infarinatura generale nell’ambito umanistico, risultano tuttavia superflui ed in sovraccarico nel percorso di laurea specialistica, la quale, per nomenclatura stessa, dovrebbe portare ad un’incanalatura settoriale delle discipline prescelte dallo studente per consentirgli appunto una specializzazione in un ambito del sapere.

Tornando al principio più quantità e meno qualità, vorrei permettermi una similitudine, che, a mio parere, esprime la struttura profonda del sistema universitario nazionale: andare all’università è come andare al mercato, la mercificazione in termini economicistici è giunta anche alle più alte cattedre del sapere filosofico-umanistico. Si parla di crediti formativi (CFU), in sostanza ad ogni esame viene attribuito un determinato numero di crediti in base alla sua tipologia. I crediti guadagnati vanno poi sommati ad altri crediti che concorrono in toto a completare la raccolta punti individuale, che nel sistema scolastico nazionale, inizia sin dalla scuola primaria e sfocia poi nel mondo del lavoro (in regalo però non ci sono ne televisori ne soggiorni in località balneari, la raccolta sembra essere infinita).

Per quanto riguarda la didattica l’unità di misura delle competenze e conoscenze dello studente è quindi il credito, che lo studente ha sudato e che di certo non è stata la didattica ad agevolarlo nell’impresa. La mole e dunque la pesantezza di un esame universitario è determinata, oltre dalla difficoltà intrinseca dell’esame stesso, anche, in termini materialistici, dalla mole della bibliografia da preparare (ma si sa che nella vita la fortuna ovvero fattore C… ha un grosso peso).In questo caso è tutto a discrezione del docente, il quale stabilisce, senza ch’io sappia alcun vincolo, la quantità dei testi da studiare.( Sulla qualità non mi soffermo, tutti noi abbiamo studiato testi ormai arcaici, fantasiosi copia incolla per non parlare di citazioni errate e sgrammaticate, la questione prezzi dei libri di testo universitari è poi tutta un’altra storia ancora).

A mio parere anche i docenti risentono negativamente della riforma morattiana. Il loro insegnamento ed i programmi sono stati frazionati in moduli di 20 o 30 ore di lezione, seguendo il modello americano, e di conseguenza si sono limitate conoscenze e competenze degli studenti, i quali si trovano in mano un sapere frammentario, pezzi di puzzle della conoscenza che non sapranno mai mettere insieme ed avere dunque una visione globale nella loro mente. In ambito letterario i moduli sono spesso monografici, cioè si analizzano alcune opere di un autore ed il contesto viene lasciato ai margini, nemmeno i tanti esami complementari sapranno ricucire la cornice contestuale, poiché vi è una profonda mancanza di interdisciplinarità e sinergia dei programmi di studio. Un altro aspetto che vorrei sottolineare  e che nutre ulteriormente la mia tesi è la totale impossibilità dello studente di personalizzare il suo percorso e la sua attività di studio e formazione. La sua unica libertà consta nella scelta di 6 o 7 esami nel percorso quinquennale inseriti però in una specifica lista e stabiliti dalle spesso limitate offerte formative degli atenei, che da buoni commercianti, cercano di attirare con esotiche chimere futuri acquirenti al loro banchetto (l’università sta divenendo sempre più un grosso business).

Oltre al sistema d’insegnamento-apprendimento a moduli, dal sistema anglosassone abbiamo assorbito la modalità della lezione seminariale. Purtroppo, come spesso in tutte le cose, l’idea parte positiva, ma la sua applicazione pratica lascia a desiderare. Ecco dunque che queste lezioni si traducono in monologhi preparati dallo studente dopo la lettura di materiale bibliografico apposito, davanti al docente e ai colleghi studenti, i quali, per motivi di tempo, non riescono a sviluppare uno scambio ed un confronto dialogico che dovrebbe essere caratteristica fondamentale della struttura didattica seminariale. L’aspetto dialogico-comunicativo viene a mancare anche laddove sarebbe condizione fondamentale, mi riferisco all’apprendimento delle lingue straniere. La didattica e le modalità d’insegnamento sono spesso arretrate e mancano apposite strutture e materiali(laboratori linguistici, materiale audiovisivo, accesso ad Internet per la consultazione di risorse linguistiche ondine). A mio parere gli studenti di lingue dovrebbero essere maggiormente incentivati a svolgere soggiorni di studio e ricerca all’estero rispetto ai loro colleghi, poiché solo sul campo è possibile acquisire fluidità ed arricchimento lessicale in un ambito in continua evoluzione come la lingua. Alle conoscenze frammentarie dello studente si aggiungono poi tutti i cavilli burocratici che la riforma, con il tre più due, ha moltiplicato.

Tornando alla fantasiosa similitudine del mercato, le università sono paragonabili a tante bancarelle, ove la merce in questione si misura in CFU e settori scientifico disciplinari, cioè nomenclature sintetiche delle discipline previste dagli ordinamenti. Data l’autonomia concessa alle università, ognuna, pur nei limiti ministeriali, fornisce allo studente-acquirente determinati percorsi, questo accade sopratutto per le lauree specialistiche. Attenzione però, lo studente che, dopo il conseguimento della laurea triennale, decide ci iscriversi ad una laurea specialistica in diversa sede rispetto alla precedente, deve valutare minuziosamente la sua carriera di studi  i requisiti d’accesso a tale corso di laurea specialistica. In soldini (tanto per rimanere in ambito economico), lo studente deve controllare il proprio piano di studi e verificare se esso sia idoneo ad accedere alla laurea specialistica senza debiti, in tal caso deve integrare con esami aggiuntivi il suo piano carriera. Questo sistema di indebitamento accade paradossalmente anche passando da una triennale in lingue moderne ad una specialistica sempre in lingue in altra sede.

Ecco a voi l’ulteriore business delle valutazioni di carriera, esistono infatti appositi uffici col compito di valutare i suddetti debiti e crediti ed informare in tempi brevi, previo pagamento, o in tempi lunghi, magari a pochi giorno dalla laurea magistrale, il resoconto debiti-crediti dello studente nei confronti dell’ente universitario.

Noi studenti, oltre ad avere in mano il nostro bagaglio culturale frammentato e lacerato, passiamo ore a scervellarci a spostare pedine burocratiche, a mediare tra università e ministero per acquisire la nostra sudata laurea in cui però, a causa del sistema università mercato, è purtroppo solo la tara ad incidere sul peso lordo, in attesa poi di entrare nel circo dei cococo (dal suono onomatopeico forse più pollaio che circo) e del precariato.

 

Elena

 

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Conclusione sconclusionata su cinema e dintorni

 

 

Crisi. Innovazione. Ricerca della creatività.

Queste sono le principali frontiere cui il discorso cinematografico sta convogliando i maggiori sforzi di riflessione per capire dove sta portando la marea, quale corrente è meglio seguire per evitare l’estinzione, o nella migliore delle ipotesi la banalizzazione di forme e contenuti, o ancora come far sopravvivere le avanguardie di fronte alle mastodontiche pressioni esercitate dal mercato e dal dominio culturale delle opulente majors.

In soldoni la domanda è: quale futuro per il cinema contemporaneo?

Iniziamo ad addentrarci nell’argomento partendo da due ordini di considerazioni.

Primo, come afferma Gianni Canova, molti critici constatano una sostanziale crisi del cinema contemporaneo: più nello specifico ciò si esplicherebbe in una paralisi del linguaggio cinematografico ancorato da qualche decennio ad una sorta di sterile ripetersi, ad una stasi della forma e ad uno sostanziale immobilismo della prassi.

A ciò si aggiunga che una delle caratteristiche fondanti della nuova contemporaneità è l’ibridismo, inteso come estinzione della dialettica fra alto e basso, come affermazione di un “populismo estetico” e di un kitsch indifferenziato che condiziona, volenti o nolenti, anche i più smaliziati avanguardisti della “Gestalt” cinematografica .

In second’ordine, dal lato del contenuto, voglio invece azzardare una provocazione personale: tutto ciò che c’è da dire sulla realtà e sull’umanità è già stato grossomodo detto. Da una parte le emozioni e le storie umane, le vicende e gli intrecci esistenziali, dalle codificazioni dei grandi classici greci ad oggi, si sono tendenzialmente ripetute in un continuo eterno ritorno. Dall’altra inoltre, riprendendo in mano la secolare storia della letteratura, delle arti pittoriche e del cinema quale contenuto non è stato ancora toccato?  Sentimenti universali quali amore, odio, pietà, dolore, fanno parte della filigrana della biografia umana e milioni di autori si sono già succeduti affrontandoli nelle più diverse e sfaccettate tonalità. Se si vuole andare a snidare “il nuovo”, il “mai visto”, “l’irriconoscibile” lo si dovrà andare a cercare nelle rappresentazioni dei delicati dilemmi bioetici che sorgono di pari passo con lo sviluppo e le repentine accelerazioni delle scienze, oppure nelle camaleontiche implicazioni connesse al rapporto fra uomo e le nuove tecnologie, fra uomo e società (si pensi a problematiche “nuove” come la depressione o l’anoressia).

Se non in queste cose, lo si dovrà cercare in un cambiamento epocale di “filosofia”.

Quante volte abbiamo d’innanzi ad una nuova pellicola un’incredibile senso di de ja vù, che a stento riusciamo a non far condensare in senso del banale? Certo l’immedesimazione e l’aver dinnanzi topoi radicati in una secolare tradizione sono indispensabili per attirare il grande pubblico e far si che si possa pascere dell’ambrosia di celluloide. Viene a mancare però il genio creativo fondamentale per poter considerare una produzione umana come “arte”, appellativo che il grande cinema continua ad arrogarsi il diritto di usare. Al contrario se questo elemento viene a mancare ci troviamo di fronte a quella che la Scuola di Francoforte a giustamente apostrofato come “Industria Culturale”, come riempitivo culturale massificato e soggiogato dal Diktat degli imperativi economici.

Come ha argutamente indicato Gillo Dorfles nel secolo tecnologico si è assistito al definitivo scisma fra talento e genio. Tale distacco viene quindi a riflettersi nella pratica corrente quando vediamo esistere tutta una schiera di artisti-registi che pur possedendo qualità tecniche notevoli, risultano privi di un’autentica carica geniale.

Anche se siamo circondati da una miriade di registi preconfezionati e da pochi cineasti talentuosi, tuttavia il genio capace di creare ex-novo la realtà sembrerebbe scomparso.. o semplicemente non può più esistere visto che nulla di nuovo può essere pensato? Il genio creatore è dunque morto? La novelty cui David Hume attribuiva una grossa parte nella piacevolezza dell’opera è ormai bandita da ogni intento di rappresentazione visiva della realtà?

Qualcuno potrebbe obiettare che questo mio ragionamento si basa su una fallacia metodologica: il cinema non è arte, non deve essere confuso con video-art e derivati; la sua funzione è semplicemente quella di sostituirsi al romanzo, ovvero quella di raccontare storie…di emozionare, di riprendere la realtà così come è, senza inventarla.

Giusto. Ma se ci adagiamo su questa semplificazione il cinema d’avanguardia sarà destinato ad implodere per mancanza di stimoli, soffocato dallo strapotere-apatia dei trends culturali. Se vogliamo che il cinema torni a raccontare qualcosa di nuovo, a provocare quel meraviglioso effetto di straniamento, di jamais vu, di mai visto, ad avere ancora quell’aura di estasiante spaesamento, deve avere l’umiltà di ammettere di non potere creare nulla di nuovo, di non definirsi con fare smargiasso un’arte, e cercare di rintracciare la novità non nei contenuti ma nel modo di raccontare la vita e l’esistenza, di pensare le tecniche di ripresa della realtà; riflettendo  sullo sguardo da gettare sul mondo, sul modo di affrontare il montaggio, sulla sensibilità e la leggerezza con cui si dovrebbero palpeggiare le semplici trame della vita.

E’ lo sguardo per il cinema contemporaneo che deve essere innovatore, è nell’occhio la vera rivoluzione.

Un occhio che però si deve spogliare di un secolo di pregiudizi e inconsci schemi prefabbricati, di visioni aprioristiche e socialmente determinate, di migliaia di film e lezioni di stile: deve disimparare ad essere ciò che è e rapportarsi alla realtà in maniera infantile, cupido di tutte quelle domande che troneggiano nella mente dell’ignorante, del bimbo che ha resettato il suo cervello e si approccia al mondo da reo-dormiente. L’occhio odierno è troppo pesante, complicato e invischiato negli stereotipi per poter aprirsi alla leggerezza e alla delicatezza di una visione serena, tersa, finalmente genuina.

Il cinema deve dunque riappropriarsi della vita, diventare più reale, rifuggire dalle esasperate suddivisioni in generi e tornare ad essere neutro. La vita non è mai, nemmeno per un istante solo un giallo, un romanzo rosa, una sequenza struggentemente drammatica, un siparietto comico etc..manca nel cinema odierno qualcuno che restituisca alla narrazione la sua naturale complessità, il suo essere agro-dolce insieme, il recare in se una crisalide dalle infinite sfaccettature.

Quello che manca nel cinema contemporaneo è la vita. La sola che può restituire genialità e originalità ad un film. Dopo il neorealismo è sembrato sempre più difficile riuscire ad imbrigliare la complessità dell’esistenza nel succedersi dei fotogrammi e si è preferito ricorrere a semplificazioni, a riduzioni di genere sbrigative e in linea con gli imperativi di mercato (una merce “definibile” e categorizzabile, stereotipabile poteva infatti essere pubblicizzata in modo infinitamente più semplice ed economico attraverso le allora fiorenti ed efficaci tecniche di marketing prese in prestito dal mondo industriale).

Il genio creatore è dunque nella vita. Sta al regista umile e ingenuo dipingerla per quella che è, senza aggiunte, esasperazioni, spettacolarizzazioni, o riduzioni di alcuna sorta. Il grande regista del futuro dovrà essere un po’ più impressionista e sempre meno simbolista o surrealista.

Concludo con una considerazione lampo sul rapporto fra cinema e innovazione tecnologica. Nel cinema si sta avviando un processo di democratizzazione: grazie all’avvento della tecnologia digitale e a costi sempre più accettabili, chiunque con una telecamera ed un PC può improvvisarsi regista e creare il proprio film. Dal punto di vista della produzione attraverso software semplici da usare (come Pinnacle e Adobe Premier) la figura del regista si può fondere tranquillamente a quella del montatore audio-video (che un tempo doveva essere un tecnico altamente specializzato) con un risparmio incredibile di tempo e danaro.

Ma la vera rivoluzione è in atto da due anni a questa parte. Infatti con l’avvento di strumenti online quali You Tube e My Space e la loro esponenziale e incredibile espansione, ora sembra essersi risolto anche il problema più mastodontico da superare per i cineasti fai-da-te: la distribuzione su vasta scala. Chiunque infatti può ora pubblicare e far conoscere le proprie opere video in tutto il mondo, senza bisogno di intermediari o di far affidamento a specifiche case di distribuzione e soprattutto senza spendere un solo euro. E non sono mancati i casi di chi ha riscosso un tale successo di contatti su questi “portali di file-sharing” che in seguito è stato subito messo sotto contratto dalle principali industrie dell’intrattenimento. Presto i fondatori di Skype, inoltre, hanno intenzione di lanciare sul web una televisione di nicchia che raccolga proprio i più interessanti contributi del “nuovo cinema indipendente” creando un e-network d’avanguardia e di alta qualità.

Gli oligopoli della settima arte sono avvertiti. Le barriere all’accesso sembrano essere sempre più labili e permettere d’avvero l’avvento di quella e-democracy paventata da alcuni cyber-sociologi.

Come ci insegna però la storia di ogni nuovo mezzo di comunicazione, sta a noi ora alzare i livelli di guardia e non permettere una colonizzazione degli spazi liberi di espressione da parte di pochi gruppi economici dominanti.

La nuova filosofia del cinema di cui si è parlato, passa inevitabilmente anche attraverso ben più pragmatiche battaglie epocali per difendere il diritto alla libertà di espressione e all’utilizzo dei mezzi ad essa connessi. I nuovi media sono un buon trampolino di lancio; sta a noi vigilare sull’evoluzione e sul rispetto di quella che ancora per poco assomiglierà alla terra di nessuno su cui capitarono i padri pellegrini americani qualche secolo fa.  La lotta per i pezzi di terra più fertili è cominciata.

Mattia (ps..scusate per la lunghezza…ma uno sfogo è uno sfogo!)

 

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Friday, May 11, 2007

FORECAST o BROADCAST? FORSE MEGLIO PODCAST!!!

 

 

Da pochi anni a questa parte si è sviluppato il fenomeno dei podcast (personal option digital casting): delle registrazioni, per la maggiore di programmi radiofonici, scaricabili da internet gratuitamente ed ascoltabili in qualsiasi momento tramite l’uso del pc o di un lettore mp3.

Come in tutti i fenomeni di costume che riescono ad imporsi fino a fare tendenza, anche in questo campo si possono trovare cose in parte più valide di altre; io come membro dell’associazione vorrei proporvi d’andare e provare il podcast di Historycast, il primo podcast italiano interamente dedicato alla storia.

Il sito è gestito molto bene, graficamente lineare e la Storia è raccontata in maniera obbiettiva trattando argomenti interessanti.

Per il momento vanta una pubblicazione mensile e una raccolta di 12 puntate, con una media di 5.268 download per puntata.

Una caratteristica interessante, oltre alla possibilità di fermarsi e riflettere per 30 minuti su alcuni fatti-personaggi che hanno caratterizzato la nostra Storia, è anche l’opportunità d’ampliare le proprie coscienze grazie al sito che offre un’ottima scheda introduttiva, dei link per approfondire l’argomento, una ricca bibliografia e i tItoli delle colonne sonore in sottofondo.

Come ciliegina sulla torta c’è stori-usando una piccola pillola di storia collegata alla cronaca degli ultimi giorni.

L’ascolto di questo podcast è consigliato a tutti quelli che appezzano la storia e desiderano approfondire determinati argomenti, per gli scettici e chi non pensa che sia possibile narrare o discutere la storia in maniera obbiettiva consiglio l’episodio dalla terra alla luna, un racconto ben fatto che narra la vicenda della corsa allo spazio. L’episodio scorre fluido , riuscendo ad entrare nei particolari senz’essere né prolisso o scarno.

Il 10 maggio dovrebbe uscire la tredicesima puntata, che avrà come argomento la santa inquisizione, vi consiglio di segnarvela come data per non perdervi un nuovo episodio che di certo non deluderà le mie aspettative.

Manuel

 

 

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Thursday, April 12, 2007

Insalata di pollo o pollo arrosto? L’esito dello studente nel sistema scolastico italiano

   

 

Parliamo di futuro concreto, parliamo del sistema scolastico italiano, sempre se ci si ricorda che in Italia esiste una scuola, perché dai media sembra che l’argomento sia  tabù, ah, dimentico forse sono troppo indaffarati a misurare le variazioni di seni e sederi delle bellone,  che poi magari si beccano pure la laurea hormonis causa, ops honoris causa.

Abbasso Croce, Gentile e la Moratti!.

Scusate qualche sfogo qua e la, ma vi giuro che mi sto trattenendo. In Italia la tortura inizia a tre anni e continua….

- scuola materna (alcuni pupilli già rodati all’asilo nido).

Ognuno di noi ha traumi di vario tipo, dall’obbligo a fagocitare minestre dall’odore di pneumatico abbrustolito, alla crisi di nervi causata dall’attività del punteggiare cartoncini colorati sino al compagno da accudire con una costante diarrea o caccola perenne. Vabbè, tutti si resiste all’ameno ambiente pseudo-materno della scuola dell’infanzia, così denominata da qualche anno. Mi permetto di aggiungere un commento personale, avendo lavorato per un anno in una di queste scuole: se sono dell’infanzia, lasciamo un po’ più di libertà, senza naturalmente sottovalutare ordine e disciplina, ma vediamo di non rendere difficile la vita di questi piccoli pulcini spelacchiati (e futuri polli di macello?), lasciamoli un po’ più liberi di esprimersi, rinnoviamo la didattica con maggior attività all’aria aperta, attività motoria ed espressione corporea, insegnanti madre lingua e non sottovalutiamo il riposo, ne avranno di stress da accumulare..

- scuola primaria (elementari).

 I piccoli pulcini entusiasti e spesso annoiati (soprattutto le bambine) dalle ripetitive attività della scuola materna continuano il loro cammino sulla catena di montaggio scolastica. Tempo pieno o modulo? Risposta: non cambia molto in sostanza e genitori potete pure scordarvi fine settimana senza compiti, o il sabato o la domenica vi tocca. (Vi risparmio le crisi familiari e problemi vari causati dai compiti del week-end). Mi chiedo ma se passano 6 ore al giorno a scuola il lavoro di casa dovrebbe essere di completamento, revisione e memorizzazione di ciò fatto in classe. Purtroppo nella maggior parte dei casi non è così. Non parliamo poi degli zainetti che questi poveri pollastri trasportano ogni giorno nel tragitto casa -scuola e scuola- casa e dei relativi problemi di postura connessi. Per quanto riguarda la didattica il troppo stroppia! I pollastri dai primi anni di scuola vengono sottoposti ad un marasma di discipline, molte delle quali implicano una facoltà mentale ad astrarre che non tutti hanno acquisita a tale stadio “evolutivo”.

Matematica, italiano, educazione fisica, musica lingue straniere ed educazione all’immagine, queste dovrebbero essere le discipline insegnate al primo anno di scuola. (Non mi esprimo sull’ insegnamento della religione, che ritengo inutile, ma questa è un’altra faccenda). Sulle modalità didattiche e professionalità degli insegnanti, questa è tutta questione di fortuna. Vorrei soffermarmi sull’insegnamento della storia e delle scienze, non ho molta voce in capitolo se non quella di aver frequentato una scuola elementare e di avere attualmente un fratello in quarta elementare. La storia viene insegnata a scaglioni e con molte ripetizioni nei programmi durante i cicli scolastici, per quanto riguarda le scienze, non vengono suddivise in ambiti ma si fa di tutto un calderone e i programmi, almeno ai miei tempi erano a discrezione del docente (Anche qui vi risparmio il calvario di tre anni di scuole medie in cui scienze significava flora e fauna caratteristica del Trentino Alto Adige, penso di saperne di più di una guardia forestale, ne sono contenta, ma il resto delle scienze per me è nell’iperuranio).

In relazione alle lingue straniere esiste una bellissima parolina che onomatopeicamente richiama al suono del campanello delle fate: CLIL. In soldini si tratta dell’insegnamento di materie specifiche in lingua straniera, è già stato testato nel nord Europa e pian pianino sta prendendo piede in Italia, ma naturalmente trova gli ostacoli di molte istituzioni scolastiche ed insegnanti vecchio stampo e tradizionaliste del “ameno”idealismo crociano, forse la maggior causa della decadenza odierna del sistema scolastico italiano.

- scuola secondaria ( medie e superiori)

I nostri pulcini sono ormai pollastrelli in carne e in apparenza si sentono già uomini duri e donne vissute (notate l’abbigliamento, il modo di fare e parlare degli odierni scolaretti delle medie e confrontatelo con quello di 10 anni fa, un abisso incolmabile, colpa della TV?…, non mi dilungo ma invito a riflettere sulle quattordicenni col tanga a vista, bullismo and Co. Poi mi chiedo, i nostri genitori hanno lottato per non dover più indossare la divisa scolastica poiché limitante del loro modo di esprimersi, ma date un occhiata ai ragazzi delle medie di oggi, non vi sembrano tutti uguali?!, che non abbiano forse nulla da esprimere se non i centinaia di euro in abbigliamento che indossano?. Poveri Ssissini (i docenti che escono dalle Ssis) freschi freschi che devono insegnare in queste classi di polletti da macello. Meglio la didattica alla Hitler edulcorato o alla Madre Teresa? Io opterei per la prima, ma non ne sono capace nella pratica.

Per quanto concerne la scuola superiore tornerei a riflettere sulla questione: è meglio la quantità o la qualità?. Concordo sul fatto che a 14 anni è difficile intraprendere una scelta scolastica, ma tuttavia non implica la deviazione definitiva del proprio futuro, l’importante è focalizzare prima di tutto se si prova piacere nello studio, se si ha veramente voglia di studiare e in quali ambiti si è maggiormente portati. Saper scegliere è caratteristica peculiare del raggiungimento di uno stato di maturità, non mi vengano a dire che nemmeno a 16 anni si è in grado di scegliere la via per il proprio futuro, se davvero è così allora ecco che ci saranno sempre i trentenni bambini attaccati al capezzolo materno.

 Prendiamo spunto dal sistema di ripartizione didattica inglese e del Nord Europa. A mio parere il sistema andrebbe rivisto ponendo uno o due anni comuni a tutti gli indirizzi e poi un triennio di specializzazione, ma che sia veramente specializzazione, non 12 materie, alcune delle quali vengono svolte per un anno e poi abbandonate e la maggior parte di esse non ha a che fare con la specializzazione che si vuole intraprendere.

Per la trattazione critica del sistema universitario italiano rimando a data da destinarsi.

Spero di ricevere commenti all’articolo-sfogo.

Elena

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Monday, April 2, 2007

IL FUTURO “MINATO” ALLA BASE

                            

 

Cos’ è una mina?Il vocabolario della lingua Italiana di Nicola Zingarelli ci viene in soccorso definendola: mìna s.f. 1 Cunicolo sotterraneo in cui vengono fatte esplodere cariche di esplosivo 2 ordigno d’uso militare costituito da un corpo esplosivo e da un congegno di accezione azionato da vari sistemi: m. terrestre, marina. 3 carica esplosiva disposta in una cavità in una parete per abbatterla. 4 sottile cilindro di graffite incorporato in una matita per scrivere.

Esistono due tipi differenti di mine per uso militare, quelle marine e quelle terrestri Le mine marine da ormeggio e da navigazione; quelle terrestri che si dividono ulteriormente in mine anticarro e antiuomo. Le mine possono essere interrate o occultate tra la vegetazione. Il corpo della mina è formato da un recipiente, che varia con il modello e che serve a contenere l’esplosivo, ed il congegno d’accensione che può essere con funzionamento a pressione o a strappo.

Le differenze che si hanno tra una mina antiuomo e anticarro sono le dimensioni e la quantità d’ esplosivo in esse contenuta. Le mine antiuomo di piccola taglia, contengono dai 10g ai 250g, ed si innescano con una pressione tra i 0.5-50 Kg, questo significa che non è studiata per colpire esclusivamente i militari ma anche i civili, donne, bambini e vecchi. Esse hanno una bruttissima prerogativa, non uccidono ma feriscono e mutilano.

Queste armi servono a creare disagio, lo scopo è dar vita ad un paese di paratori di handicap, con sistema politico ed economico che non è in grado di assisterli. Aiutare queste persone è lo scopo di tante associazioni che vedono in Jodie Williams con il trattato di Ottawa, (con cui s’aggiudicò il premio Nobel per la pace nel 1997) il maggior esponente. Questo accordo per il bando totale di queste armi è stato firmato fino ad ora da moltissimi paesi tra cui il nostro, ma mancano ancora molte firme importanti come quella degli USA, Cina, Russia e Israele. Questi risultati, per quanto significativi, non devono far perdere di vista le dimensioni del problema che la comunità internazionale ha ancora di fronte a se. Infatti, anche se queste armi fossero definitivamente messe al bando in tutto il pianeta (e siamo ancora lontani dal raggiungimento di questo obiettivo), resterebbe ancora aperto il problema dell’eliminazione delle mine disseminate in un gran numero di paesi . .

                                                                                                                                                         Manuel

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Saturday, March 3, 2007

W l’infottenimento!!

 

  

 

Quando in Germania i ragazzi chiedono ai propri nonni che cosa avessero fatto contro il nazismo essi rispondono: “Non lo sapevamo”. In effetti per la maggior parte di loro la realtà dei campi di concentramento si scoprì veramente solo nel 1945 attraverso le foto di Margaret Bourke White e le testimonianze dei pochi sopravvissuti. Questo perché la censura e il monopolio dei mezzi di informazione erano stati totali, o meglio “totalitari”. Ma noi, quando i nostri figli e nipoti ci chiederanno “Che cosa avete fatto contro il genocidio in Ruanda? E la guerra in Congo? E il Darfur?..” allora risponderemo: “Ci occupavamo del Grande Fratello e dell’Isola dei Famosi..”

C’è infatti un totalitarismo molto più subdolo e strisciante che sta plagiando il mondo dell’informazione; sembra più innocuo, edulcorato, luccicante e divertente ma altrettanto (e forse proprio per questo ancor più) offuscante. Riprendendo le parole dell’antropologo Geertz un sistema è totalitario se cerca di imporre in modo più o meno coercitivo, più o meno diretto, un proprio apparato di valori, di immagini del mondo e di significati: ovvero una propria ideologia, una mappa per leggere la realtà, orientarsi e comportarsi di conseguenza. Il tutto sempre e rigorosamente senza farsi troppe domande.

Da questo punto di vista potremmo provocatoriamente affermare che oggi siamo in presenza di molteplici forme di neototalitarismo. Infatti l’abuso smisurato e pervasivo di notizie “pettegole” (il cosiddetto gossip) ha ormai assuefatto l’opinione pubblica che non riesce più a disabituarsi al consumo quotidiano di questo genere di “informazione”. Proviamo a interessarci ad altro, ci sforziamo di concentrarci sulle notizie un po’ più “toste”. Ma è dura…e al massimo riusciamo a focalizzarci su quelle poche cose che toccano da vicino i nostri interessi. Non siamo più capaci di provare piacere se non per storie che ci parlano della vita privata delle veline, dei calciatori, dei vip di turno ecc. Lo sbirciare nella notizia, l’analizzare la realtà in base alle personalità coinvolte, la morbosa ricerca degli aspetti più intimi delle persone sono diventate il metro attraverso cui ci rapportiamo al mondo che ci circonda.

La colpa però non è quasi mai di chi ha il solo compito di ricevere le notizie. Le colpe sono sempre a monte. Fra i molteplici responsabili di questa situazione voglio soffermarmi interamente su una piccola categoria: quella degli intoccabili (alias i giornalisti) e nello specifico una piccola nicchia di professionisti di un noto tg nazionale. Il discorso da fare anche su questo piccolo frangente sarebbe lunghissimo. Mi limiterò pertanto in questa sede a riportare un breve e mirato sfogo:

Con grande rammarico vedo che l’etica e la deontologia della professione continuano ad essere un binomio sconosciuto alla quasi totalità dei giornalisti nostrani. Il ribrezzo e lo sconforto maggiore mi viene però soprattutto guardando il famigerato “Studio Aperto” il TG dei giovani che ammicca al luccicante mondo dello show business e ai rampolli rampanti. Quest’ultimo è l’emblema di tutti i mali che infettano il mondo dell’informazione; l’apoteosi del viscidume informativo e della sindrome da giornalista Vip che cerca di ritagliarsi uno spicchio di notorietà, di salire alla ribalta con i suoi modi amichevolmente giovanili, di interloquire come un amico di vecchia data con i Very Important People di turno, sguazzando con faccia da triglia in una festosa e “lucignescola” bella vita. Lo odio visceralmente per tutta una serie di motivi:

  • Perché in 30 minuti scarsi di Tg, 26  (ho provato a cronometrare) sono rivolti al gossip, alla vita privata di persone socialmente e civicamente insignificanti, alle vicende strappalacrime dell’intera fauna mondiale, alla cronaca nera più infame e sfacciata che per  enfatizzare la notizia arriva a chiamare senza scrupoli un bambino appena morto con il suo diminutivo (ricordate Tommy o il recente Fefè), come un conoscente e amico intimo (questo facilita l’immedesimazione con la tragedia e con le vicende del protagonista seguendo una “struttura a romanzo” che agevola il coinvolgimento emotivo e quindi la necessità di seguire le vicende fino all’ultimo per vedere “come va a finire”). Se non bastasse, per elevare a picchi assoluti la drammaticità dell’evento (e quindi far salire alle stelle i dati auditel), sempre più il caro direttore Mario Giordano ricorre a musiche struggenti in sottofondo e a montaggi frenetici presi in prestito dal cinema e dalle neo fiction stile CSI. La spettacolarizzazione e la teatralizzazione delle notizie di cronaca nera, alternate spasmodicamente con i mille cameo delle tette e dei culi delle varie subrette, porta a narcotizzare lo spettatore che, trasformato in un semplice voyeur, non riesce più a distinguere criticamente i contenuti della notizia. Questo intorpidimento celebrale non ci permette più però neanche di analizzare razionalmente i contenuti politici: anche lì infatti siamo spinti ad animarci per gli aspetti emotivi della politica, per gli insulti reciproci, per la violenza dello scontro verbale, per la ferocia o il sarcasmo dei toni e ancora per lo stile delle singole persone piuttosto che per le loro idee e i reali programmi politici. Fiction e vita reale si mescolano in un fantasmagorico calderone che non ci permette più di analizzare la realtà con occhio critico.

 

  • Perché non solo ci tocca vedere oscenità incredibili senza che nessuno ci spieghi cosa succede in Darfur, (dopo il programma “Le Iene” tutti ridono ma pochi sono andati ad Informarsi veramente), piuttosto che parlarci di fonti di energia rinnovabili, delle leggi che vengono fatte in parlamento, magari confrontandole con quelle europee;  non solo dunque perché ci dobbiamo subire un  telegiornale spazzatura, ma anche perché spacciano come notizia la pubblicità… “Mancano pochi giorni all’inizio della settima edizione del Grande Fratello sulle reti mediaset….e per chi ha il digitale terrestre il GF7 24 h su 24″. “Parte stasera il nuovo programma di Enrico Papi…su Italia 1″ e così via.

Ora, va bene il concetto di “impresa mediale” o quello di “industria culturale” ma il codice dei giornalisti vieta espressamente di fare pubblicità…e l’ordine dei giornalisti cosa fa dorme??? Se dobbiamo sopportare un’ istituzione ereditata dal fascismo, con fortissime barriere all’entrata, unica roccaforte europea di un potere corporativo-gerontocratico-clientelare, che almeno svolga la sua funzione di sommo garante della qualità etica degli iscritti al suo “fondamentale” albo.

Ora stiamo lasciando che il sistema informativo educhi le nuove generazioni a non pensare, semplicemente ad eccitarsi grazie ad un informazione di tipo emozionale che sfiora le nostre capacità recettive meramente a livello epidermico-sensoriale (infotainment = in inglese mix di informazione- intrattenimento; io preferisco la traduzione italiana: infottenimento…rende più l’idea). Così però non si creano gli strumenti per un analisi critica della realtà, ma si portano a nascere milioni di narcisi che affogheranno nello specchio d’acqua del proprio autocompiacimento e di quello di una società tutta lustrini, paiettes e horror-news. In questo modo si finisce a galleggiare in una cultura del presente che perde di vista l’analisi del passato e la tensione progettuale verso il futuro. Fra poco non saremo più capaci di fare politica con la P maiuscola e di appassionarci veramente a quello che i greci chiamavano il bios politikon, gli affari pubblici che riguardano tutti, i modi migliori di organizzare la nostra vita insieme. Se non ribaltiamo la situazione saremo sempre più alla mercé di decisioni antidemocratiche prese da un unico centro di potere “oscuro”, neototalitario per l’appunto. (si noti che secondo dati Censis del 98 l’85% degli italiani guarda regolarmente i TG e per il 60% è l’unico mezzo di informazione)

Da una parte è importante dunque che il giornalista recuperi la propria centralità di interprete e di educatore nei processi di informazione, oltre che la consapevolezza dell’importanza del suo ruolo nel creare un certo “sentire pubblico”; spronando inoltre le persone all’azione civica, al riflettere più criticamente sui fenomeni che ci circondano (ma per far questo servirebbe ripensare le modalità di formazione dei giornalisti ristrutturando in toto il sistema scolastico e universitario). Dall’altra parte anche noi possiamo fare la nostra parte boicottando questo genere di telegiornali: non guardiamoli più, e convinciamo anche le persone che conosciamo a seguire il nostro esempio…oppure cominciamo dall’inviare qualche insulto all’email della redazione (mi raccomando insulti garbati e senza parolacce…non mettiamoci sullo stesso piano) : studioaperto@mediaset.it.

Ricordiamoci che contro ben più tenaci totalitarismi un tempo siamo riusciti ad organizzare un’efficace Resistenza.

                                                                                                                                                                      Mattia

 

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